L'Italia di nuovo al centro

IL PAESE DEVE AVERE LA SPERANZA

 
 
 

Ovunque e, in particolare, nel nostro Paese, la speranza è tutto. Se si perde la speranza e la fiducia, si è pronti morire. Ma gli Italiani, non possono e non devono morire. La disperazione e la paura portano alla fretta, all’ansia, al bisogno di soluzioni immediate che, come per magia, ridiano la vita. Eppure l’Italia, mai come adesso è il centro del mondo. Bisogna capirlo, capire cosa fare e non pensare solo a sé stessi. Proprio quando abbiamo paura, come succede sempre nella vita, è il momento di fare un respiro profondo, di riflettere. Bisogna capire cosa fare in modo calmo e, soprattutto, semplice. Ecco perché, in questo mondo veloce e complesso, una politica che vuole essere semplice e comprensibile a tutti dovrebbe fare questo:

• pensare a lungo termine, quando i risultati non saranno forse goduti da chi ha iniziato lo sviluppo di una nuova fase del Paese;

• accettare di lavorare per la propria stessa potenziale sostituzione, affermando l’interesse generale di tutti, magari anche contro il proprio interesse particolare (personale, di ceto, di partito, di  coalizione, di categoria, di cordata aziendale, eccetera).

Pensare al tutto prima che alle parti, perché solo così anche le parti si salveranno. Altrimenti, cercando di salvare solo una parte, tutti saranno persi. È uno sforzo difficile per un Paese, spesso fatto di congreghe oscure, maschere e pugnali. Un mondo vecchio che bisogna superare per ritrovare una fase, quella attuale, in cui l’Italia è centro del mondo, più che ai tempi dell’Impero Romano, più che nel Rinascimento. La globalizzazione generata dall’America negli anni ’90 ha messo in moto la Cina e l’Asia che, dal 2012, hanno promosso la nuova via della Seta e spinto gli investimenti in Africa, proiettandola sempre di più verso l’Europa e il Mediterraneo. È per questo che l’America, prima abituata a guardare all’Asia solo attraverso il Pacifico, non può ignorare la nuova crescita dell’Africa. E nemmeno il ruolo dell’Asia che si Estende verso l’Europa attraverso il Mediterraneo. Ecco il perché della nostra ritrovata centralità: l’Italia è una grande autostrada al centro del Mediterraneo, il ponte naturale per il resto dell’Europa verso l’Asia e l’Africa. Non il ponte sullo Stretto di Messina, ma l’arco che unisce Stoccolma a Città del Capo. Siamo in un mondo nuovo in cui questo nostro nuovo ruolo è accompagnato da un’altra centralità.

 

Quella di una nuova ma antica figura: il Papa. L’attuale Santo Padre, Francesco, si è proiettato dal continente Americano proprio verso l’Asia e la Cina. Proprio qui, in Cina, per la prima volta in duemila anni Francesco potrebbe arrivare. Qui, per la prima volta in duemila anni, “l’imperatore della Cina” potrebbe incontrare il leader del cattolicesimo, la fede unitaria più grande al mondo. L’Italia così sta diventando il potenziale centro di gravità tra la Via della Seta e il continente americano. Ha bisogno di essere di servizio del mondo, per incontrarsi, creare condizioni di pace, produrre maggiore ricchezza e benessere per tutti. L’Italia può farlo perché non è una grande potenza e non vuole esserlo.

Può invece essere una grande snodo culturale nel mondo futuro dell’umanesimo digitale, lo snodo di un grande incrocio di scambi tra Sud e Nord, tra Est e Ovest. Il ponte strategico di una nuova grande ferrovia che vada, forse da Stoccolma a Città del Capo, forse da Lisbona a Pechino. Un nuovo e diverso percorso di rapporti economici, politici, culturali tra i continenti. Per questo l’Italia può e deve prepararsi. Bisogna mobilitare e liberare le forze produttive del Paese e far muovere il Sud. Perché non dobbiamo dimenticare che l’Italia si è fatta a cominciare dal Sud. Anche adesso il Sud deve poter diventare il fulcro di una nuova unione: altrimenti l’Europa avrà più difficoltà con l’Asia e l’Africa. In questo contesto, il Sud deve essere sviluppato concentrando lì interessi, investimenti e idee di tutta Europa, quasi come ai tempi di Federico II. Per una nuova Europa e per una nuova Italia, che siano il centro strategico semplice di un nuovo mondo globale che faccia da perno fra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Comunque nulla arriva gratis, e la geografia e la geostrategia economica e politica non sono destino necessario. Se l’Italia non si attiva l’Africa, l’Asia e l’America potranno incontrarsi attraverso la Grecia e i Balcani, il Nord Africa e il passaggio continentale attraverso la Russia. Insomma se l’Italia non si attiva, sarà saltata o schiacciata, perché nessuno al mondo aspetterà che gli Italiani si dimostrino consapevoli di questa nuova centralità. Quindi: o grandezza o infamia, non ci sono vie di mezzo. In ciò la strada per cogliere questo vento propizio non è difficile, ma bisogna sapere cosa fare.

 
 

COSE SEMPLICI PER UN PAESE NUOVO

 
 

È anche per questo che, senza investimenti, privati e pubblici, nel capitale intellettuale delle persone, delle imprese e delle Istituzioni, la flebile crescita della fase attuale fase è condannata ad esaurirsi prestissimo a confronto con la competizione globale. La crescita si esaurirà perché il Paese vive ancora di ceti ristretti, caratterizzati dalla logica di piccoli gruppi, di micro interessi di categoria e da forti meccanismi di cooptazione e di obbedienza. Per questo l’Italia è un Paese dalla mobilità sociale bloccata. Un Paese in cui molti giovani non possono credere di cambiare la propria condizione perché l’ascensore sociale non funziona. Eppure, è la terza economia dell’Eurozona e, dopo la Germania, è il Paese con la più importante industria manifatturiera. Argomenti importanti ma che non bastano a salvarlo dall’ inarrestabile marea della concorrenza globale della Cina e dei Paesi emergenti. Dobbiamo accelerare il processo verso investimenti nell’istruzione, e nella ricerca per favorire lo sviluppo di una industria di servizi ad alto contenuto di informazione e di lavoro cognitivo.

Dobbiamo creare un ambiente in cui sia facile creare nuove imprese e facile ingrandire le imprese esistenti. Così si attireranno anche interessi e capitali dall’Estero. Finora, siamo stati troppo timidi. C’è l’orgoglio di aver costruito un Paese industriale di micro PMI diffuse che hanno espresso occupazione e creatività, pur senza avere molta ricerca o università ricche di risorse.

Ma ora la situazione è cambiata. È vero che resiste un importante sistema di imprese che esportano e si rinnovano per essere competitive anche in nuovi mercati. Il problema è che si tratta di una parte comunque piccola e non determinante per lo sviluppo, se pure significativa. Mentre alcune PMI hanno migliorato numeri e strategie, tante altre non sono riuscite ancora a rispondere alla sfida dell’innovazione e del cambiamento. Il successo straordinario passato ora si occupa di produzioni facilmente replicabili a costi minori altrove. Questo significa meno incidenza di professionisti e tecnici con titolo universitario. L’Italia presenta un ritardo storico nell’istruzione rispetto ai paesi più avanzati. Nel 2016, la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno un titolo di studio secondario superiore ha raggiunto il 60,1%, con una leggera prevalenza femminile (62% contro 58%) che indica la tendenza prossima. Il modello, nuovo e vincente, si deve basare su una piattaforma produttiva non più inchiodata su investimenti personali, quasi sempre basati sulla leva bancaria, bassa qualità del lavoro, e il 70% delle piccole e piccolissime imprese ancora governate dalla prima generazione, senza alcun ascensore sociale, economico e generazionale.

È il mondo che sta finendo quello che celebriamo ancora adesso, innalzando lodi fini a se stesse ad un modello unico: il mondo di chi compete per essere il più ricco del cimitero.

 

62%

istruzione femminile

58%

istruzione maschile

 

70%

imprenditori di prima generazione

 
 
 

NON PIÙ PROFESSIONISTI DELLA POLITICA MA PROFESSIONALITÀ NELLA POLITICA

PERCHÈ VOLARE È BELLO MA ATTERRARE È TUTTO.

 
 

Esiste una classe di governo in grado di contaminare le Istituzioni con le proprie competenze per guidare quEsto processo evolutivo? Nel nuovo capitalismo, quello intellettuale, il paradigma è cambiato: non più professionisti della politica come in passato, ma professionalità nella politica.

Per governare l’economia della conoscenza e delle piattaforme c’è bisogno di competenze professionali e manageriali a rete e in rete. Se si alza il livello qualitativo e la velocità della competizione, i meccanismi di governo non possono rimanere indietro. Un problema importante e strategico in un sistema di selezione come il nostro basato quasi sempre su processi di avocazione e di scambio non trasparenti e fuori dalla logica di merito. D’altra parte, la soluzione non può essere nemmeno la pura tecnocrazia, ovvero un governo di super tecnici, che abbiamo già sperimentato senza successo in passato. La politica deve trovare e comunicare consenso, ma anche proporre soluzioni manageriali che risolvano i problemi. Se però le soluzioni non hanno e non trovano consenso non mobilitano il Paese e restano, come è successo in passato, spesso fallimenti. Occorre coniugare competenza e democrazia. Nel contempo, è importante anche accendere un faro sulle leadership forti ma che non si dotano di significative squadre manageriali.

Anche le leadership elette non possono più fare a meno di professionalità e competenze perché, sempre più in questo mondo a rete che stiamo vivendo, sarà necessaria una logica di gestione dei problemi come quella del direttore d’orchestra, fatta di persone inclusive ed empatiche che prendono il caos democratico, variegato e non simmetrico della rete e lo trasformano in armonia competente. Ecco perché questo orizzonte non si può affrontare da soli. Bisogna fare rete, bisogna coinvolgere tutti, grandi e piccoli protagonisti, con i quali provare a tutti i costi a fare squadra. Non più generazioni perdute ma generazioni indispensabili. Generazioni di professionisti, manager, associazioni, imprese, lavoratori, giovani e altri che portano avanti, giorno dopo giorno, le proprie cause sul lavoro, nell’impresa, nelle Istituzioni, nella formazione, nella cultura, per la legalità e per i diritti. Da veri azionisti del Paese. I temi sui quali lavorare sono tanti. Per questo, oltre alla conoscenza, c’è bisogno della capacità manageriale di scegliere, di fare sintesi e di selezionare l’ordine di priorità.

Perché volare è bello ma  atterrare è tutto.

 

 
 
 

IL PARADIGMA DELLA STAFFETTA: CORRERE CON I PRIMI SENZA DIMENTICARE GLI ALTRI

 
 
 
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Occorre allora un nuovo modello di sviluppo in grado di offrire una visione d’insieme per il lo sviluppo economico e sociale del Paese. È il paradigma della staffetta. In questo mondo nuovo, fatto di piattaforme ed ecosistemi collaborativi e simbiotici, è necessario correre con i primi senza dimenticare gli altri, anche se fossero gli ultimi. Come in una staffetta, non si possono dimenticare i compagni più deboli. Tanto, anche se si è più veloci e competitivi, non si può vincere da soli e, alla fine, si perde lo stesso.

Ecco perché bisogna combattere l’emarginazione. Perché l’emarginazione è un problema strategico in un Paese dove l’emarginazione territoriale (il Sud), quella sociale (le periferie o l’immigrazione), quella economica (la povertà) e, soprattutto quella più importante, l’emarginazione culturale (il vero inferno del nostro millennio), sono da sempre solo problemi tattici.

Il paradigma della staffetta rende merito di un mondo diverso, di un sistema che combatte strategicamente l’emarginazione, qualunque ne sia la causa, attraverso un percorso di rete. Allora chi corre con i primi non deve appiattirsi sugli ultimi, ma aiutarli a capire perché, in questo mondo diverso, bisogna correre di più per dare il proprio contributo individuale e sociale. Un atto di generosità da parte di tutti, veloci o lenti, primi o ultimi, del Nord come del Sud. Infatti, l’Italia o l’Europa non si possono fare eliminando una parte che non ci piace. Bisogna liberarsi dall’ansia della contrapposizione politica ed economica e accompagnare verso il futuro una nuova classe dirigente con una simile nuova prospettiva mentale.

Per questo un possibile orizzonte positivo del Paese dovrebbe essere combattere la mediocrazia, la malattia di chi ha paura di scegliere i più bravi perché mettono in discussione le leadership. Anche perché da tanto tempo, l’Italia non cresce o cresce troppo poco. Da molto tempo una parte significativa delle nostre imprese perde competitività. Da troppo tempo, il 95% dei contribuenti dichiara redditi inferiori a 50.000 euro. Come facciamo ad essere quasi tutti “non ricchi”, anzi molti (teoricamente) sulla soglia di povertà, e possedere invece la terza ricchezza privata del mondo, più di 10 trilioni di euro tra asset finanziari e immobiliari? La pur presente polarizzazione dei patrimoni non offre risposte esaurienti a questi livelli. Qualcosa non torna, le ragioni di tutto questo sono molteplici e nessuno di noi non è esente da responsabilità. È per questo che il tempo del declino e di questa finta epopea della decrescita infelice devono finire. Siamo convalescenti dopo una crisi epocale e, come tutti quelli che hanno iniziato una riabilitazione, dobbiamo procedere un passo per volta, giorno dopo giorno. Fino a raggiungere insieme obiettivi e rinnovata fiducia. Un campionato lungo, certamente, ma dove l’importante è vincere le partite facili, quelle che fanno classifica, quelle che ispirano morale. Poi si affronteranno le sfide difficili per capire se si può vincere lo scudetto.

Le partite saranno tutte facili allo stesso modo? No, anzi saranno tutte diverse e qualcuna si dimostrerà più difficile di quanto pensavamo. Così come succede in qualsiasi campionato del nostro Paese.


 

IL PRIMO PONTE VERSO IL FUTURO DELL’EUROPA: IL SUD

In questa grande battaglia nazionale e globale in cui siamo coinvolti con un Paese convalescente dopo 10 anni di crisi, non dobbiamo dimenticare uno dei grande convitati di pietra di tutte le discussioni e le ricette per il rilancio della crescita: il nostro Sud, una parte fondamentale e spesso dimenticata, che rappresenta circa il 38% della popolazione e, più o meno, un quarto del PIL italiano. Come uscire da questa spirale perversa? Intanto, parlandone e non lasciando il Sud al suo destino anche solo per disattenzione. Ma parlarne, com’è chiaro, non basta. Bisogna osare di più ed innovare, invertendo la rotta. Riflettere sul rilancio della crescita economica del Sud vuol dire cercare di individuare fattori in grado di assicurare non tanto risultati eccellenti ma di breve periodo, quanto la continuità del risultato nel tempo. È per questo che, in una fase di conoscenza in rete, i fattori sui quali puntare non possono essere altri che quelli legati alle attività immateriali: know-how, tecnologia, finanza, ambiente, cultura e turismo. Occorre creare un sistema di regioni- rete che sfruttino la leva turistica per far conoscere le opportunità di innovazione territoriale alle più importanti aziende mondiali. Anche attraverso un’implementazione forte e sistemiche del sistema infrastrutturale. L’orizzonte vincente è uno solo: puntare sugli innovatori e spingere a che tutti innovino. È arrivato il momento di spostare lo sguardo più in là. Una strada non troppo semplice ma non impossibile.

PER L’ITALIA DEL FUTURO, PER UNA SEMPLICE ITALIA, C’È UN UNICO VERO NEMICO DA COMBATTERE: L’ECCESSO DI BUROCRAZIA


Se poi si vuole vincere la battaglia finale, il mondo della semplicità e della condivisione non può che combattere un solo e veramente unico nemico: l’eccesso di burocrazia, più o meno tecnocratica. Il vero nemico del nuovo orizzonte di semplicità e prosperità che possiamo perseguire e raggiungere è proprio chi gestisce in maniera “furba” la complessità. Perché il vero problema non sono mai le persone in sé, ma quegli snodi di sistema interpretati da soggetti che giustificano la propria esistenza attraverso la burocrazia. I “sacerdoti della complessità e dello stallo”, quelli che devono valutare tutto e il contrario di tutto prima di decidere su qualsiasi cosa: dalla nostra carta d’identità al futuro del nostro lavoro o della nostra impresa. Nella via verso la rinnovata centralità del nostro Paese, va invece perseguito un nuovo orizzonte di semplicità. Perché quando la realtà è troppo complessa, la verità non può che essere semplice: è inutile cercare di comprendere tutte le variabili di un sistema a rete, spesso fatte di dettagli importanti nello specifico ma inutili in senso generale. Bisogna trovare l’essenza vera e comunicarla per ciò che è. Per questo, chi abusa della complessità con la burocrazia eccessiva, è il vero nemico della fase attuale. I veri valori del mondo globalizzato di oggi non sono l’industria, i servizi, l’agricoltura, la finanza. Tutti fattori importanti nel presente, certo. Ma l’unica moneta di scambio per il futuro è il tempo. Ecco perché la burocrazia eccessiva è il vero nemico. La burocrazia dovrebbe aiutare tutti a salvare tempo e risorse, ma nei suoi eccessi ci sottrae subdolamente il bene più prezioso: il tempo. Il tempo di crescere, il tempo di progettare, il tempo di investire, il tempo di sviluppare, il tempo di essere. È sistema che ci fa vivere peggio perché non ci permette di passare il nostro tempo in altre e più importanti attività.

Amare, chiacchierare, abbracciare, parlare, dormire, riposare, sognare.  In altre parole, vivere.

 

Contribuisci ora al cambiamento

 
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